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Fragolino

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Fragolino
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Non ditelo a nessuno... ma lo beviamo anche noi! Ma è solo il gusto del proibito, come sostengono i puristi del vino? O il Fragolino piace davvero così tanto? Il fragolino, quello passito fatto con tutti i crismi, piace eccome, è un souvenir d’obbligo da portare agli amici quando si fa una gita nel nord-est. Ma è vietato, vietatissimo... 

Il patron del ristorante si avvicina al tavolo con l’aria da cospiratore: fa subito capire che sta per fare una proposta davvero speciale ma...”acqua in bocca, fa intendere, senza bisogno di dirlo, con il suo fare ammiccante: quel che sto per offrirti deve restare fra noi, lo offro solo a te perché si vede subito che sei uno che ne capisce... non è mica roba per tutti”. 

E così sbotta: «con il dolce, se lo gradisce, le faccio assaggiare il mio Fragolino: lo fa mio nonno....». La scena, recitata benissimo, da attore consumato (forse ha fatto le prove allo specchio), naturalmente si ripete in tutti i tavoli. E si ripete in tanti ristoranti veneti e friulani. Così il cliente - dopo umilianti insistenze - se ne porterà addirittura via una bottiglia, ovviamente al prezzo di un Amarone o di un Barolo.

Il vino di Al Capone

Il proibizionismo? Roba d’altri tempi e di un altro continente. E chi lo dice? È roba di questa Europa che si riempie la bocca di paroloni come liberalismo, concorrenza, libero mercato... 

Poi invece se decidiamo di allevarci una mucca perché Carolina ci è simpatica e non ci fidiamo della Centrale del latte, o se vogliamo piantarci una vigna perché ci piace l’idea di farci il vino pestando l’uva con i piedi, ecco che rischiamo una multa più alta che se guidiamo a 200 all’ora in centro città.

E se vogliamoi assaggiare un fresco e profumato vino da dessert come il Fragolino, in enoteca non c’è verso di trovarlo. Possiamo forse tentare da un ristoratore con la vocazione di Al Capone, disposto a mettere un suo uomo di fiducia sulla porta e a far sparire l’agognata bottiglia non appena scorge una divisa. Già, perché se in un locale si fumano spinelli o sniffa cocaina non c’è problema, le forze dell’ordine di solito chiudono tutti e due gli occhi, se invece spunta la bottiglia sospetta arriva un esercito di ispettori e finanzieri e il gestore può cambiare mestiere.

I politici europei, quegli stessi che vorrebbero liberalizzare le droghe, diventano proibizionisti convinti col vino fatto con l’uva americana (come appunto il Fragolino) nel nome di un dirigismo agricolo in contraddizione con i principi comunitari, ma soprattutto in contraddizione con quel che vorrebbero i loro elettori. 

Perché il Fragolino piace alla gente non soltanto per il gusto del proibito, ma perché ha poco alcol, ha un profumo accattivante, accompagna con leggerezza il dolce soprattutto dopo un pasto molto ricco. 

Piace naturalmente il Fragolino, bianco o rosso che sia, passito e fatto con le tecnologie moderne che evitano fermentazioni sgradite e odori estranei. E, nonostante la sua storia sia solo di pochi decenni, è da considerarsi una tipicità del Triveneto da difendere. 

E in effetti in Veneto e Friuli non è proprio come nelle altre regioni: forse qui magistrati e forze dell’ordine sono conniventi con i boss - ovvero tutti i ristoratori e gli osti - e con i viziosi bevitori - ovvero tutti i clienti - e di solito, se il patron - scusate: lo spacciatore - non si è fatto qualche nemico che conta, il famigerato Fragolino circola (quasi) liberamente. Ed è pure un bell’affare per osti furboni: con la scusa del proibito ogni cliente che viene da fuori lo pretende come souvenir esclusivo, ma deve insistere per ottenerne una bottiglia - ovviamente senza etichetta, e già bell’e pronta nel sacchetto di carta da panettiere sotto alla cassa - al prezzo di un Amarone!

Da uve extracomunitarie

Ma qual’è la colpa di questo delizioso e beverino nettare che, a chiamarlo vino, si rischia di essere messi all’indice come incompetenti? Perché è vietato, vietatissimo? Forse provoca assuefazione? Oppure obnubila la mente e corrompe i minori? Niente di tutto questo: semplicemente nessuno si decide ad adeguarsi ai tempi e a correggere norme nate tanto tempo fa da situazioni d’emergenza ormai strasuperate.

E cos’è esattamente questo terribile flagello? Il Fragolino rosso è il vino ottenuto da un’uva americana, Vitis labrusca, chiamata da noi Isabella, e da alcuni ibridi di questa con la nostra Vitis vinifera

Ed eccoci alla più assurda contraddizione: la storia di quest’uva è stata condizionata in negativo da un grande pregio, proprio il più richiesto, in questi tempi di moda del biologico, a un frutto della terra: la forte resistenza alla fillossera e alle malattie fungine della pianta, che non richiede trattamenti con anticrittogamici. 

Persino l’uso di preparati non inquinanti con rame e zolfo è assai limitato rispetto a quello necessario con le uve europee. Inoltre il frutto è altrettanto resistente e si adatta molto bene all’appassimento. Il vino che se ne ricava oggi è infatti perlopiù un passito dolce, molto profumato con sentore evidente proprio di fragola e altre componenti molto variabili. 

Da un ibrido di labrusca x vinifera, denominato Noah e altrettanto resistente alle malattie, nasce il Fragolino bianco, dai sentori più delicati, con la componente di uva passa più percettibile. Sono entrambi vini da dessert molto apprezzati soprattutto in primavera per accompagnare le fragole, i dolci a base di piccoli frutti, i gelati (senza cioccolato). 

Il Clinton, da ibridi di vinifera con Vitis riparia o rupestris (anch’esse uve americane), è invece un vino molto più rozzo, molto tannico e colorato. Un tempo era più diffuso, oggi perlopiù questi ibridi sono vinificati in uvaggi dovuti a vecchie vigne che comprendono un po’ di tutto: è il caso per esempio di certi vini della Brianza, molto piacevoli per merende a base di pane e salame, la cui composizione non è ben chiara neppure ai produttori: Barbera, vitigni autoctoni non ben definiti, Pinot nero arrivato per caso chissà quando, Croatina, schiave, ibridi…

La storia dell’uva che fece paura al Cabernet

È difficile comprendere la criminalizzazione del Fragolino senza tornare indietro negli anni, quando, quasi 2 secoli fa, erano di moda le piante esotiche e nacquero i giardini e le collezioni arboree più belli d’Europa. Fu allora che, insieme a maestose sequoie, Ficus stravaganti, piante grasse di mille forme, giunsero in Europa, dal Canada e dallo stato di New York, uve americane da tavola, usate soprattutto in Francia per pergolati. L’uva Isabella fu una delle prime. 

Fu una seconda ondata di uve “extracomunitarie”, comprendente Vitis riparia e rupestris, a combinare il guaio: giunte in contatto, in Belgio e in Inghilterra, con le coltivazioni in serre molto umide dell’uva rossa da tavola europea Black Hamburgh, un incrocio tra Schiava e Moscato nota come Moscato d’Amburgo, diedero il via a quel terribile inquinamento da cui ebbero origine prima l’oidio (nel 1848), poi la fillossera (1868), che provocò epidemie mortali delle uve europee. 

Intanto ci fu una tremenda crisi economica che colpì l’Europa intera intorno al 1850 e che portò alle grandi emigrazioni. I contadini che non abbandonarono le loro terre non se la passavano bene: chi stava in aree vocate al vino non aveva denaro per i trattamenti antiparassitari, chi stava in aree non adatte - in montagna, in pianure umide, ecc - non poteva permettersi di comprare il vino e doveva coltivarselo da sè. Le uve americane, resistenti alle malattie, furono la soluzione del problema, tantopiù che davano vini con poco alcol e, come li facevano allora, che “si tagliavano col coltello”. Il colpo di grazia giunse un’ottantina d’anni dopo, con un’altra grande crisi, quella famosa del 1929: allora davvero l’impianto di queste viti, che non costavano niente, iniziò a diffondersi troppo creando un effettivo problema di tutela delle uve autoctone, basti pensare che ancora negli anni ’50 del secolo scorso in Francia c’erano 200.000 ettari di vigneti ibridi (davvero tanti, tenuto conto che l’intera viticoltura italiana conta 740.000 ettari!). Fu così che negli anni ‘30 in Italia e Germania si vietarono gli impianti di ibridi, in parte appunto per un’effettiva preoccupazione degli studiosi di difendere le “razze” di uve europee, in parte per quei motivi ideologici che poi avrebbero portato a ben più drammatici pregiudizi razziali. Oggi, invece di essere rimosso come logica vorrebbe, il divieto è ancora più severo. 

La legge attuale

Alla legge del 1932 si è aggiunta una normativa comunitaria che stabilisce i precisi elenchi dei vitigni coltivabili in ogni dipartimento (in Italia, provincia) europeo, oltre a riservare il nome “vino” al prodotto da Vitis vinifera

Le uve non presenti – ibridi e uve americane sono ovunque assenti – sono vietate. Gli elenchi sono comunque in continua revisione, tanto che la famosa distilleria Nonino anni fa vinse una causa ottenendo di vinificare l’uva da Fragolino all’esclusivo fine di ricavare vinacce da distillare. In seguito a ciò quest’uva è stata inserita negli elenchi delle regioni Friuli e Veneto, ma solo per produrre succhi e distillati. Una norma che dice che dal 1 agosto 1997 è vietato l’impianto di uve ibride e americane per qualsiasi scopo viene interpretata alla lettera nelle altre regioni, dove si può far grappa di fragolino solo se ci sono impianti precedenti ancora in produzione. 

Tutto ciò non è certo costituzionale: che diritto ha un burocrate europeo di dire a un cittadino che cosa può o non può bere? Ma in agricoltura e in viticoltura in particolare, il sacro terrore della sovraproduzione che colpisce i governanti europei, affligge il settore di lacci e lacciuoli che hanno il solo risultato di mettere i produttori europei in inferiorità rispetto ai colleghi del resto del mondo che possono fare quel che loro pare. 

Si è sperato negli ambientalisti, di certo contrari al divieto di coltivazione di uve sicuramente ecologiche, ma evidentemente non l’hanno ritenuto un problema per cui valesse la pena battersi. 

Tuttavia è grazie a loro se c’è qualche eccezione: in Germania, infatti, dove il biologico ha un grande mercato, fin dagli anni ’50 hanno ottenuto la deroga e possono fare vini da tavola (non DOC) con anche ibridi, mentre l’ibrido Baco n°1 è entrato tra le uve consentite per la produzione del Cognac. (Segue...)

 

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