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La Sabina, Madre di Roma e dei Romani

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La Sabina, Madre di Roma e dei Romani
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Nella terra dell’olivo più antico del mondo si produce un olio che Galeno definì “il migliore del mondo conosciuto”. E non aveva tutti i torti. In un ambiente di cultura aperta e vivace, la tradizione si rinnova.

La storia della Sabina ci è stata raccontata da Tito Livio e Plutarco, ma c’è un unico testimone vivente:l’Olivone di Canneto. Se qualcuno gli ha attribuito 900 anni, altri 1500, pare proprio, anche secondo la prova del carbonio 14, che invece abbia abbondantemente superato i 2000 anni; e l’ipotesi che risalgaai tempi della fondazione di Roma è tuttaltro che infondata. L’antica Cures, donde venivano Tito Tazio e Numa Pompilio, stava proprio, come lui, nel territorio di Fara Sabina, come testimoniano i toponimi Passo Corese e Corese Terra.
L'Olivo di Canneto Sabino testimonia anche che in questa terra l’olio da olive era una risorsa delle genti romane fin dalle origini, confermando ciò che già ci ha raccontato un reperto della zona archeologica di Poggio Sommavilla, frazione di Collevecchio, una fiaschetta fatta risalire al VII secolo a.c., conservata al Museum of fine arts di Boston, che contiene tracce di olio da olive. Ciò che più stupisce è che quest’albero plurimillenario sta benone, è bello rigoglioso e produce tante olive - perlomeno un anno sì e un anno no - tanto che fino a pochi anni fa se ne ottenevano 150 kg d’olio, e un ottimo olio, fruttato medio con eleganti note vegetali lievemente amaro e piccante, equilibrato ed aromatico.
Oggi, come ci conferma la famiglia Bertini, proprietaria dell’albero dal 1876, le olive non vengono più raccolte e sono un po’ di meno perché la cura della pianta è finalizzata più all’estetica che alla produttività. Del resto la varietà è Olivastro, molto antica, praticamente corrisponde all’olivo selvatico, per cui le olive sono molto piccole e il costo della raccolta è eccessivo. L’olivone è ben segnalato e facilmente raggiungibile, è alto circa 15 m, la circonferenza del tronco, a 1 metro da terra, è di 7,2 m, mentre la chioma è ampia circa 30 m. Nell’interno del tronco c’è una vera e propria caverna, cui si accede da una cavità alla base.
L’olivone sta, quindi, nel cuore storico della Sabina, ma possiamo ritenerlo pure il cuore culturale e naturalistico per la vicinanza con due luoghi straordinari: l’Abbazia di Farfa e la Riserva Naturale di Nazzano Tevere. Per chi ama camminare vivendo sul serio un territorio, qui si arriva con il treno metropolitano FM1 in meno di una quarantina di minuti da Roma. Camminando tra uliveti, boschetti e una splendida campagna, dalla stazione di Fara Sabina - Montelibretti, in località Passo Corese (dove si riunirono i volontari garibaldini durante la campagna romana), possiamo, nell’arco di una decina di km, raggiungere entrambe le mete. L’Abbazia di Farfa è un centro religioso, artistico, culturale e storico di importanza mondiale: d’origine romana, divenne centro religioso nel VI secolo ed ebbe a lungo un dominio incontrastato su gran parte del Centro Italia: il suo potere derivava dal fatto che era soggetta direttamente all’imperatore ma pure in ottimi rapporti con la Chiesa, oltre al fatto che nel vicino villaggio di Farfa c’era una fiera a cui confluivano i ricchi mercanti di tutta Europa. Perfino Carlo Magno ritenne doveroso passare dall’Abbazia di Farfa prima dell’incoronazione a Roma. La Riserva Naturale, di interesse internazionale, è costituita da una zona umida che comprende 700 ettari sul corso del Tevere, nei pressi dello sbarramento di Nazzano insieme a parte del fiume Farfa. Alla confluenza dei due corsi d’acqua si trova la zona più interessante frequentata da numerosissime specie di uccelli acquatici; ed è presente anche il raro falco pescatore. Da Rieti un giro della Sabina
La Sabina attuale è compresa in gran parte nella provincia di Rieti e in piccola parte in quella di Roma, in pratica si estende dalla riva sinistra del Tevere ai Monti Sabini. Un percorso di straordinario interesse e fascino, tra borghi medievali e suggestioni storiche e architettoniche, è stato individuato dal progetto della Strada dell’olio: parte, ovviamente,
da Rieti, una città che meriterebbe ben più attenzione di quanto le riservino i media per la ricchezza di palazzi rinascimentali e la suggestiva atmosfera medievale. Se il territorio sabino è un inno alla cultura dell’olio da quasi 3000 anni e attraversarlo vuol dire intraprendere un vero e proprio viaggio dove la plurimillenaria pianta sacra è la costante che ci accompagna, la provincia di Rieti verso l’Appennino è un inno alla natura con boschi ancora incontaminati ricchi di funghi e tartufi a cui fan da sentinella i borghi arroccati sulle cime dei colli; e se in Sabina l’olio extra vergine d’oliva Dop è il protagonista assoluto del patrimonio agroalimentare, verso l’Appennino trionfano l’arte dei norcini e quella dei casari. L’itinerario che da Rieti ci porta a visitare la terra di Numa Pompilio (e, per i cultori della musica d’oggi, del grande Lucio Battisti), percorre la via Salaria, con deviazione sulla 314 che porta al Parco dei Monti Lucretili per poi portarsi a Fara Sabina ed eventualmente proseguire lungo le colline interne o lungo il Tevere.
Il primo incontro è con Torricella in Sabina, sul percorso della via Francigena, nel cui territorio val la pena dissetarsi alla Fonte della Salute. Proseguendo lungo la 314 ecco Poggio San Lorenzo, circondato dagli uliveti, quindi Monteleone Sabino, con l’anfiteatro romano in località Pantano e il Museo Archeologico "Trebula Mutuesca", dal nome dell’antica città che sorgeva nel territorio. Ci troviamo, quindi,
nel Parco Regionale dei Monti Lucretili, a Poggio Moiano, da cui possiamo deviare, attraverso un incantevole percorso,per raggiungere il Lago del Turano che, pur avendo origine artificiale, è un gioiello incastonato tra i boschi. Cambiando direzione, non perdiamoci il piacevole borgo medievale di Scandriglia prima di raggiungere Fara Sabina e il territorio dell’antica Cures e di Farfa. A Castelnuovo di Farfa ci attende un Museo dell’Olio molto particolare: nel palazzo Perilli del ‘500 un percorso originalissimo che fonde l’arte moderna ispirata dall’ulivo e dal suo olio e le memorie di un passato agricolo arcaico.
L’Oleoteca di Farfa offre emozioni ben più prosaiche, consentendoci di degustare i grandi oli del territorio, ma lo spirito non è diverso da quello del Museo: il modo di esporre gli oli e il percorso proposto portano anch’essi a una fusione emotiva tra passato e presente. Risalendo tra le colline o lungo il Tevere verso molti altri centri di interesse architettonico e archeologico. come Collevecchio, Magliano Sabina, Cantalupo in Sabina, Tarano Sabino, Torri in Sabina, gli stessi nomi dei paesi testimoniano dell’orgoglio di far parte di questa storica regione, madre di Roma e dei Romani. Poggio Mirteto è un po’ il capoluogo della bassa Sabina e deve il suo nome al mirto, arbusto profumatissimo che abbonda sul colle su cui sorge e con i cui tralci nell’antica Roma incoronavano i generali vincitori. E, pur se è comune ovunque, pare che lo raccogliessero da queste parti.

Articolo pubblicato su Sapori d'Italia numero 27, Dicembre/Gennaio 2012

Tags: ulivo , sabina , olio , lazio

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