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Livorno, una città piccante

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Livorno, una città piccante
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di Aldo Santini    

Se voi, cari amici calabresi, avete il peperoncino nel sangue, noi toscani lo abbiamo sulla lingua, per rendere più infuocate, più corrosive le nostre battute.Lo sanno tutti, in Italia, che i toscani hanno la lingua affilata, pronta a ironizzare, deridere, offendere l’avversario, a inchiodarlo, distruggerlo con una parola, un aggettivo, un’osservazione. Pronti addirittura a rompere un’amicizia pur di non rinunciare a una battuta devastante che erompe irresistibile dalla loro bocca.
I toscani hanno lo spirito rorido di peperoncino. E fra i toscani siamo noi livornesi i più accesi nell’eloquio. Il peperoncino impasta la nostra lingua e non perdona. Quando un livornese discute, o polemizza, o prende parte ad una conversazione, c’è da aspettarsi sempre il peggio: dall’insinuazione malevola alla bacchettata traditora, sino all’offesa più plateale che sovente riguarda in diretta la madre del contendente. E in tal caso, se il livornese appartiene al ceppo storico della nostra città, nata dal concorso della schiuma di popoli diversi, fuorilegge attirati nella Livorno appena fondata in una zona malarica con la promessa di vedersi azzerare le pendenze giudiziarie, allora, cari miei, udrete rimbombare un detto scianguratamente celebre: “ Il budello di tu’ ma’ ”. Guai, infatti, a eccedere con il peperoncino.  

Il celebre Caciucco Livornese
Il celebre Caciucco Livornese

Noi livornesi ci vantiamo di aver importato il peperoncino dalla Spagna attraverso gli ebrei che fuggendo dai roghi della Sacra Inquisizione nella regione più liberale d’Italia, la Toscana appunto, sbarcarono a Livorno arricchendoci con i prodotti che la Spagna aveva guadagnato dalla scoperta dell’America: il pomodoro, la cioccolata e il peperoncino, oltre al caffè retaggio dell’occupazione araba.
Cristoforo Colombo parla del peperoncino nel Gennaio del 1493 descrivendo l’isola di Hispaniola, che diverrà Cuba: “ È una spezia che arde, migliore assai del nostro pepe. Qui è considerato una panacea per le infezioni intestinali. E viene usato come antiparassitario, antidiarroico, astringente, cicatrizzante, antiemorroico”.  

In quei tempi della diaspora ebraica, Livorno era uno dei centri più vitali del Mediterraneo. Era la base navale, fra l’altro, della flotta dei cavalieri di Santo Stefano che combattevano la pirateria musulmana e avevano trasformato la nostra città nell’Algeri cristiana. Il famigerato bagno ospitava fino a duemila schiavi di colore che rappresentavano la forza operativa della comunità labronica sedendo in catene ai banchi di voga delle galere, servendo nelle magioni mercantili, lavorando alle opere pubbliche. Il monumento ai Quattro Mori, piaccia o no ai livornesi di bocca delicata, che quindi non amano il peperoncino, è l’unico monumento alla schiavitù esistente nel mondo intero.
Capolinea di tutte le rotte marittime mediterranee per l’import-export mediceo, Livorno è entrata nella storia quando nel 1676, con la riforma doganale, il suo porto franco divenne il più emancipato del globo dove gli ebrei erano liberi come l’aria. Dove il Beccaria poté stampare il suo libro rivoluzionario “Dei delitti e delle pene”. Dove gli illuministi francesi vennero a stampare la seconda edizione della loro enciclopedia.
Dove fu aperta la prima bottega del caffè italiana, cinquant’anni avanti di quella veneziana. Dove le influenze, le sedimentazioni, le stratificazioni, gli apporti mediterranei favorirono la nascita di una cucina popolaresca, rissosa, colorita, che nel pomodoro e nel peperoncino trovò la sua esaltazione. Garibaldi, che amava Livorno, diceva che i livornesi metterebbero il pomodoro persino nel caffellatte.
Il Manzoni, che venne a Livorno per far fare i bagni di mare a sua madre, si lamentò del chiasso dei caffè livornesi e delle pietanze al peperoncino che bruciavano letteralmente la bocca, a cominciare dal cacciucco, la zuppa di pesce di origine turca, per finire ai risotti.
Il granduca Cosimo, che durante le soste a Livorno prendeva alloggio nella Fortezza Vecchia, ordinò di costruire un ponte levatoio per isolarsi dalla città: temeva un’irruzione notturna. Non si fidava dei livornesi, troppo nerboruti e troppo sani, troppo impulsivi. Ignorava, il granduca, che la salute prorompente dei popolani livornesi, dipendeva anche dalle doti terapeutiche del peperoncino che quegli scatenati satanassi consumavano in quantità industriale, traendone benefici immediati e visibili a occhio nudo.    

Articolo pubblicato in Sapori d’Italia n. 26, Ottobre/Novembre 2011

Tags: sapori pic , peperoncino , livorno , aldo santini , accademia del peperoncino

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